“Canta che ti passa” è una tipica espressione utilizzata come suggerimento per lasciar andare il malessere che ci affligge in un preciso momento. Spesso ci viene detta da chi ci vuole bene o semplicemente da chi vuole suggerirci di reagire.

Quando è nata questa espressione? Quale funzione hanno il canto e la musica?

Pare sia stata incisa in trincea da un soldato sconosciuto durante la Prima guerra mondiale presente nella raccolta “Canti di soldati”  (Milano1919) scritta Piero Jahier.
Oltretutto non è un segreto che già dall’antica Grecia si attribuiva al canto una funzione terapeutica.
Platone, Aristotele, Pitagora, solo per citarne alcuni, definivano la musica come potente guaritrice di ferite del corpo e dell’anima.
Ne parla anche il Maestro di Canto Giambattista Mancini nel suo trattato settecentesco “Riflessioni pratiche sul canto figurato”.
Spiega, infatti, come lo studio della musica non solo nobilitasse l’animo umano, ma che addirittura fosse necessaria “a tutte le persone di buon senso; a segno di quelli che non la sapevano, riguardati erano come persone senza educazione (…)”
Racconta di medici che si servivano della stessa per curare le malattie, che addirittura “cacciavano la febbre col canto (…) e pure le piaghe; forse perché l’animo sollevato dalla musica influiva sul corpo ed eccitava la restituzione delle forze nelle parti di esso (…)”

E ancora ne Il Canzoniere, 23 – “Nel dolce tempo della prima etadeFrancesco Petrarca scrive:
“(…) perché cantando il duol si disacerba,
canterò com’io vissi in libertade,(…)

In che modo ci aiutano a guarire la musica e il canto?

Le giornate no e tristi capitano a tutti.
Tirare fuori la propria tristezza e il proprio malessere può esserci molto utile per esorcizzare ciò che sta avvenendo dentro di noi.
Lo si può fare attraverso il movimento, il gioco, la musica e ovviamente il canto.
Il movimento e il gioco sono riconducibili alla danza, allo sport e allo yoga ad esempio.

Far parlare o far cantare il malessere?

Talvolta il semplice racconto del triste evento risulta difficile e potrebbe addirittura far aumentare ed ingigantire la propria tristezza (per non parlare dell’ansia o dei dubbi che ci assalgono e persino della paura).
Cantare, invece, ci aiuta a trasformare quell’emozione in suono, senza aver bisogno di raccontare per forza ciò che ci turba.
Insomma esso ha il compito di esorcizzare il proprio malessere.
Il bello è che in questo modo non ci allontaniamo dal dolore, ma lo viviamo per poi trasformarlo. Questo processo ci alleggerisce togliendoci un peso.
Possiamo gridare ad esempio!
Spesso la sofferenza è data dal voler allontanare a tutti i costi il dolore, magari con la distrazione o col fingere che non sia mai accaduto nulla.
Elio e le storie tese nel brano “TRISTEZZA” famoso scrivono “La tristezza (…) va vissuta come un valore positivo (…)”

Ritornando alla funzione terapeutica che il canto svolge mi vengono in mente tutte quelle persone che dopo aver cantato hanno sempre una luce diversa negli occhi.
La luce della leggerezza, del sentirsi leggeri dentro, svuotati da un peso grande o piccolo che sia.

E allora “Canta che ti passa!”

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